Ego te victima, capio

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La storia

Ego te amata, capio

“Io ti prendo, amata”, era ciò che veniva recitato a una vergine Vestale di Roma durante il rito della captio nel momento della sua consacrazione, che simulava un matrimonio per rapimento. Scelte fra venti ragazze patrizie in età appropriata e di famiglie antiche e selezionatissime, queste sacerdotesse, fra i loro vari doveri, custodivano il fuoco sacro della città, preparavano la mola salsa, il trito di farro e sale offerto durante i sacrifici più solenni (da cui la parola immolare). E dedicavano molti anni della loro vita al culto della dea Vesta e alla castità. Una castità da cui dipendeva l’esistenza stessa di Roma e la cui violazione avrebbe portato infinite sciagure e rovina. L’ordine femminile più importante e “vitale” della città era stato fondato dal saggio re Numa Pompilio, all’alba dei tempi, ed è sopravvissuto fino al IV secolo dopo Cristo, quando venne spazzato via dall’Editto di Tessalonica emanato dall’imperatore Teodosio.

“Io ti prendo”, deve aver pensato anche il re gallo Brenno pensando a Roma, dopo che  ne sconfisse l’esercito sulla Salaria e dilagò dentro le sue mura nel 390 a. C. Fu un sacco talmente devastante che, in seguito alla distruzione degli archivi di stato da parte delle truppe nemiche, andò perduta addirittura la memoria storica antecedente all’evento. Ce lo racconta Tito Livio: è la Clades Gallica, la sconfitta gallica, uno dei momenti più duri dell’antichità romana. Così, mentre i soldati nemici entravano in città da porta Collina, i senatori, parte dell’esercito e alcuni volenterosi si attestavano sul Campidoglio per tentare un’ultima resistenza. Per inciso, è in quest’occasione che le famose oche si dimostrarono incredibili alleate.

Qualcun altro, invece, scelse di riparare fuori le mura passando da Nord Ovest. Inerpicandosi sul Gianicolo, lungo il tracciato dell’antica via Cornelia, questi romani erano diretti verso Caere, città amica che in quel momento conservava ancora una sua autonomia dall’Urbe. Immersa nella fitta campagna dell’Agro, una colonna esseri umani sconfitti lasciava Roma alla violenza e alla devastazione. Con mezzi di fortuna e pochi beni raccattati in tutta fretta, il glorioso popolo della Repubblica fuggiva in cerca di riparo. Fra questi viaggiavano anche le vergini Vestali. A piedi, anche loro alla volta di Caere, dove gli Etruschi le avrebbero protette, aiutandole a mantenere vivo un patrimonio religioso che in quel momento sarà sembrato l’ultimo vessillo di un cammino forse interrotto per sempre.

Passarono di qui, spaventate e stanche, le braccia cariche degli arredi sacri del tempio che erano riuscite e a mettere in salvo. E in queste condizioni – ce lo dice sempre Tito Livio – incontrarono Lucio Albinio, plebeo, che fece scendere la sua famiglia dal carretto e lo offrì alle sacerdotesse, accompagnandole nella fuga. È un’immagine potentissima che, oltre alla devozione del cittadino preso a esempio da Tito Livio, ci trasmette con forza il valore del sacro e la sua potenza nella civiltà romana. Sulla via dell’esilio l’importanza di questi simboli venne compresa da tutti. Anche Lucio Albinio, un anonimo plebeo, non ebbe più dubbi. Quel fuoco e quelle donne, in un momento così drammatico, erano l’effigie della sopravvivenza stessa di un popolo. E il popolo, nell’istante della sua massima sciagura, quando tutto sembrava perduto, se ne fece carico. Diventando responsabile e custode di una possibile nuova vita di Roma.

ICONE

DAVID DIAVÙ VECCHIATO

I primi interventi urbani di Poster Art di Diavù risalgono al 1992 e dello stesso anno sono le prime pubblicazioni di suoi fumetti ed illustrazioni. Prima che nelle gallerie ha dunque mostrato la sua arte in strada e su carta stampata. La sua prima mostra è nel 1996, all’”Happening Internazionale Underground” nei centri sociali di Roma e Milano, ha esposto poi in Europa, Asia e USA e, dal 2007 ha curato la direzione artistica della galleria d’arte e art shop “MondoPOP” di Roma. Tra i primi curatori in Italia a portare Urban Art nei musei e i musei in strada, ha curato il festival “Urban Superstar Show” (dal 2009 al MADRE di Napoli e alla Galleria Provinciale di Cosenza) e nel 2010 ha dato vita al progetto “MURo (Museo di Urban Art di Roma)”. Dal 2013 cura su Sky ARTE HD la serie di documentari “MURO”. E’ direttore artistico di “GRAArt”, da lui ideato e diretto per ANAS.