El sosiego de un futuro en deuda

Marzo è il mese di Marte, dio padre del popolo romano e genitore divino di Romolo e Remo, e a marzo Koz Dos ha realizzato a Roma su una parete del GRA in zona La Rustica il suo murale che in più elementi richiama questa divinità guerriera.
In questo surreale busto di mezzo-umano e mezzo-animale disteso, che ha inizio dalla testa col muso di un mezzo gatto selvatico e un mezzo lupo, convivono tratti del Vecchio Continente di cui Roma è stata Capitale dell’Impero, e del Nuovo Continente da cui Koz Dos proviene. Gli stessi due musi di animale citati rappresentano per lui l’unione tra questi due mondi.
Siamo nella direzione di Tivoli, perciò l’artista venezuelano nasconde tra le pennellate e i colpi di spray di quest’opera ricca di simboli un’antica storia che si dipana tra il marmo travertino delle cave di Tivoli e l’amore tra l’imperatore Adriano (che a Tivoli fece edificare la sua Villa Adriana) e il suo amante e compagno Antinoo, da questi fatto divinizzare dopo la misteriosa avvenuta nel 130 d.C. In Egitto.
Il volto marmoreo del giovane bitinio, che divenne un canone di bellezza maschile nell’arte, è contenuto nella testa di questo busto che si schiude come un uovo, o una matrioska. Scendendo lungo questo corpo disteso troviamo una coppia di picchi, ritratti per celebrare il picchio simbolo di Marte che nutrì assieme alla lupa i gemelli Romolo e Remo, finché il pastore Faustolo non li trovò portandoli in salvo.
Poco più su l’artista ha dipinto la bocca dell’uomo disteso, contenuta nel triangolo simbolo della Trinità. La divinità – ci fa notare Koz Dos – non è un occhio che osserva premuroso o giudica severo la specie umana coi suoi errori e le sue vittorie, e non può essere perciò il simbolo della visione, o dell’estetica. Visione ed estetica spettano agli artisti, il divino è piuttosto verbo, perché è soprattutto attraverso storie, miti e leggende narrate e scritte che si tramanda di generazione in generazione.
L’artista venezuelano tiene particolarmente agli insegnamenti degli anziani, a lui tramandati da sua nonna. Le antiche tradizioni, che giungono a noi dagli ancestrali riti dei nostri avi che celebravano cicli e fenomeni naturali lui le vede minacciate e cancellate dal desiderio dei popoli di appartenere alla modernità, all’omologazione globale legata allo sviluppo, un bisogno che modifica in profondità la nostra cultura e che Koz Dos avverte in Europa quanto nel suo Sudamerica. Lo rappresenta con le frecce che ci autoconficchiamo nel corpo, come un dolore che provochiamo alla nostra stessa specie. Ma dipinge qui due forti mani che spezzano quelle frecce che le trafiggono, probabilmente con la forza della conoscenza. Continuando a percorrere questo uomo-racconto c’è un altro elemento che l’artista ha dipinto in chiave positiva: il vino, che è là sul muro a celebrare la vita e per brindare al ricordo di questi miti e delle loro storie, che non vogliamo vadano perdute.
David Diavù Vecchiato

Work in progress

La storia

“Il bianco del travertino”

Questa strada, così vicina alla Tiburtina, suggerisce immediatamente un tema fondamentale per raccontare la bellezza dei monumenti di Roma: il travertino. Conosciuto anche con il nome di Lapis Tiburtinus, questo tipo di materiale si estraeva dalla Cava del Barco nei pressi di Tivoli – Tibur, anticamente, da cui il nome della strada – dove si trovano due dei più importanti santuari, quello della Sibilla Tiburtina (oracolare) e quello di Ercole Vincitore. È la consolare Tiburtina, quindi, che occorre percorrere fino ad arrivare a Roma e alla Porta omonima sulle Mura Aureliane da cui la strada ha inizio a partire dal III secolo dopo Cristo, cioè da quando l’imperatore Aureliano cinse la città di un secondo giro fortificato. Precedentemente, infatti, il miglio zero della via Tiburtina Valeria si collocava nei pressi dell’odierna piazza Vittorio, più o meno all’altezza del rudere conosciuto come Trofei di Mario, una fontana monumentale ed un castello di distribuzione dell’acqua costruito da Alessandro Severo nel 226 d.C. al termine di una diramazione di un acquedotto che, a causa dell’altezza dello speco d’entrata, si può identificare solo con l’acqua Claudia o con l’Anio Novus

Dalla Tiburtina, inoltre, durante il Medioevo, in questo scambio continuo fra dentro e fuori le Mura, sono passate opere d’arte, materiali costruttivi, merci, artisti, ma pure eserciti armati. È il caso delle milizie impegnate nella lunga guerra fra Roma e Tivoli (nel XII secolo), che segnò l’alba del Comune di Roma e la riscoperta del motto SPQR, di tradizione antica. In questo periodo, inoltre, la nascita del Campidoglio come istituzione, l’assenza del papa da Roma e l’arrivo del monaco Arnaldo da Brescia, fautore di una politica proto-repubblicana, furono determinanti per la nascita di un sistema di valori laico (non senza punte di anticlericalismo), che in seguito trovò spazio nella storia cittadina, ma che sul momento produsse la terribile reazione di papa Adriano IV, al secolo Nicholas Breakspear.

L’ultima parola dell’epopea comunale romana, infatti, la ebbe l’unico papa britannico mai diventato pontefice, che scagliò l’interdetto (cioè la scomunica per le città) su Roma, obbligando la sede del Papato a rispettare le regole di tale condanna. Furono proibiti i sacramenti; si chiusero le chiese; sui crocifissi venne calato uno spesso velo nero. Solo così la città fu piegata e il predominio ecclesiastico sulle istituzioni cittadine venne nuovamente ristabilito.

ICONE

KOZ DOS

Nato nel 1986, Koz Dos ha iniziato facendo graffiti a Caracas ed è ora noto nel mondo per i suoi murales iperrealisti in cui uomini e belve si fondono in un’unica figura, spesso i primi inseriti in bocche di animali, come a voler sottolineare l’appartenenza al regno animale della specie umana. Di solito accompagna le figure a solidi geometrici che si fondono con esse.
Koz Dos ha partecipato a numerose esposizioni e festival di Street Art in vari paesi del mondo, tra cui Venezuela, Ecuador, Brasile, Colombia, Germania, Francia, Spagna, Germania e Israele.