La vita e la morte

La via Appia, che è la strada dei sepolcri e dei mausolei, ma anche della celebrazione della vita che i campi offrivano all’uomo coi raccolti, è poco distante da questo muro dipinto per GRAArt dall’artista Camilla Falsini. Durante i lavori al murale alcune persone del luogo ci hanno indicato a pochi metri dal muro dipinto un antico sepolcro, ritrovato decenni fa, in area privata, durante la costruzione di un edificio.

L’artista ha scelto dunque il simbolo ideale, quello dei bucrani – teschi di animali, principalmente di bue, che venivano riprodotti come elementi decorativi sui mausolei e sugli altari sacrificali – per sostituire su quest’opera i cavalieri o le creature di fantasia tipici del suo immaginario fiabesco.

Questi quattro enormi personaggi dalla testa d’ossa si presentano all’osservatore come due fazioni opposte che si stanno contendendo quei tre fiori variopinti, dipinti dalla Falsini al centro del muro.

Sono come due eserciti: quello di Massenzio, la cui villa è da qui poco lontana, e quello di Costantino, che sembrano fronteggiarsi per la conquista delle insegne imperiali, che il primo seppellì prima della battaglia di Ponte Milvio del 28 ottobre del 312 d.C. e che furono rinvenute solo nel 2005, alle pendici del colle Palatino.
In quelle lacrime di sangue che fuoriescono dai bucrani e formano un mare rosso alla base del murale, c’è un chiaro riferimento – oltre al sacrificio di Massenzio e dunque alla vittoria di una nuova Roma, che segnerà la fine del paganesimo e diverrà cristiana – anche al sangue dei buoi che veniva sparso in questi campi come benedizione pagana per augurare fertilità.

Il bucrano è dunque qui ad osservarci come un monito: ci ricorda il bisogno di rinnovamento che Roma periodicamente ha.

David Diavù Vecchiato

Work in progress

La storia

“Regina Viarum”

L’Appia, la consolare più amata dell’antichità, non ha bisogno di presentazioni. Il che ci lascia la libertà di penetrare nei dettagli meno noti di alcuni suoi luoghi “cruciali”. Il sepolcro di Cecilia Metella, per esempio, è simbolo non solo dell’epoca antica, ma ci restituisce pure memorie medievali, legate alla famiglia Caetani che ricevette il rudere da papa Bonifacio VIII. Il monumento, a questo punto, fu trasformato in Castrum Caetani, o tenuta di Capo di Bove, nome che rimanda ai decori originari del sepolcro, detti “bucrani”. Il teschio di bue avviluppato da festoni di fiori, infatti, era un motivo ricorrente per moltissimi luoghi consacrati e, soprattutto sugli altari sacrificali, a simboleggiare il senso di rinascita insito nella morte rituale (le ossa di un essere vivente affiancate da elementi naturali). E, infatti, non è forse una storia di resurrezioni continue quella di Roma e dei suoi monumenti?

Il tema del cambiamento ci tiene ancorati al basolato della consolare fino alla Villa di Massenzio, sempre sull’Appia.

E stavolta, però, nel territorio dell’imperatore ci entriamo per ascoltare le motivazioni che lo hanno condotto alla sconfitta contro Costantino, nel corso della battaglia di Ponte Milvio nel 312. Scopriremo che per Massenzio l’imperium poteva esistere soltanto per salvaguardare le tradizioni più antiche della città, ciò che aveva portato l’Urbe a essere Caput Mundi, in virtù delle sue divinità, della sua religione civile e dell’impianto delle sue leggi.

Mentre Costantino incombeva, dunque, Massenzio si preparò alla battaglia sapendo che la posta in gioco era l’idea stessa di Roma e, prima dello scontro, occultò le insegne imperiali, cioè il simbolo non soltanto della sua autorità, ma dell’essenza di un’intera civiltà, che l’imperatore percepiva in pericolo davanti alle istanze portate da Costantino e dalle legioni a lui fedeli. Quelle insegne, rinvenute in un vano sotterraneo del Palatino, sono oggi conservate nella collezione del Museo Nazionale Romano (sede di Palazzo Massimo alle Terme).

Sul metaforico “bucranio” sacrificale che abbiamo scelto come icona di questo viaggio, in sostanza, fu versato anche il sangue dell’imperatore sconfitto, che si sacrificò per proteggere un sogno nato nel 753 a. C. e che nel corso di una battaglia sul Tevere, molti secoli più tardi, divenne qualcos’altro.

ICONE

Camilla Falsini

Camilla Falsini è nata a Roma, dove vive e lavora come pittrice ed illustratrice, collaborando con vari progetti, società ed agenzie. Le sue opere da studio, spesso realizzate su legno, sono state esposte in gallerie e musei (come il Museo MADRE di Napoli, l’Auditorium e il Museo MACRO di Roma e in Messico alla Fifty24MX Gallery).

I suoi lavori sono apparsi su Juxtapoz, il Fatto quotidiano, Pictoplasma, altri libri e riviste italiani ed internazionali. Oltre a dipingere murales e quadri, ama scolpire e assemblare legni vecchi creando sculture dipinte.

Le sue opere sono popolate di esseri enigmatici e meditabondi, ma mai drammatici. Siano piene di  colore o monocromatiche, le sue creature, pur essendo spesso metafore e simboli i stati d’animo o avvenimenti, non si prendono mai sul serio.

www.camillafalsini.it