Ventrem feri Imperium

Tanto hanno fatto i romani per cancellare dalla memoria della Città Eterna Nerone Claudio Cesare Augusto Germanico e ora quell’impegno di secoli viene vanificato da questo ‘monumento’ di Urban Art che celebra l’archetipo della crudeltà della Storia della Roma imperiale.

Il progetto GRAArt, per mano dell’artista leccese Chekos, decide di rappresentare l’ultimo imperatore della Gens Giulia (da parte materna) e della Gens Claudia (da quella paterna) su questo muro del GRA nei pressi di Tor Vergata, con un ritratto di grandi dimensioni quasi eroico.

Ma non è certo per spirito antiquario, né per elogio ai mostri della Storia, tantomeno per una risibile nostalgia di poteri autoritari e repressivi, che ricordiamo il tiranno che per tradizione popolare diede fuoco alla sua Roma, bensì per continuare ad indagare quali storie e leggende si annidano negli angoli e nelle strade della Capitale.

Guardando questo murale il nostro sguardo è rivolto nella direzione della Campania Felix, e gli elementi del dipinto di Chekos di questo ci parlano: i resti di Pompei, il profilo giallo del Vesuvio che si staglia minaccioso e lo stesso volto di Agrippina in primo piano, che è là a ricordare severo al figlio che fu uccisa su suo ordine il 23 marzo del 59 d.C. nella villa di Baia dove si era rifugiata dopo un primo tentativo da parte dei sicari del figlio di annegarla, per poi essere rapidamente seppellita a Bacoli (Napoli),
In quest’opera infatti solo l’imperatrice-ombra, la madre di Nerone Agrippina minore, riesce ad oscurare il volto del paranoico matricida.
Questi elementi, nelle intenzioni di Chekos, divengono i simboli che segnalano storie e leggende di quel primo secolo dopo Cristo, legate a questo territorio.

Solo undici anni dopo la morte di Nerone – suicida dopo essere stato deposto dal Senato e lasciato senza protezione malgrado fossero in molti a volerlo morto – nel 79 d.C. Ercolano e Pompei furono corrose dal fuoco per l’eruzione del Vesuvio.
Così ebbe fine anche la storia d’amore che legava Roma alla Campania, una delle residenze preferite della Gens Giulia.
Chissà se Nerone non abbia già previsto il triste esito di questo idillio già nel 62 d.C., quando fu sorpreso da una violenta scossa sismica durante uno dei suoi concerti sul palco di un teatro di Napoli, una di quelle che si avvertivano da qualche tempo e che annunciavano l’imminente tragedia.

Storie di un’epoca lontana, di cui non si riescono ad immaginare facilmente le dinamiche di pensiero, malgrado ci vengano incontro gli scritti dei testimoni del tempo, come Tacito, Svetonio e Plinio il vecchio, che proprio nell’eruzione del Vesuvio perse la vita.
A questo pensiero l’artista dedica l’ultima immagine, quella che chiude l’opera: la statua dell’Ermafrodito dormiente che è al Louvre di Parigi, copia romana imperiale del II Sec d.C. di una statua bronzea greca.
In questa composizione sembra rappresentare la personificazione di una Roma rilassata, che gode dei benefici delle sue vacanze campane, e che è donna quanto uomo, come se il genere sessuale con cui incontrarsi nella giostra dei piaceri carnali pre-cristiani non fosse poi così importante
David Diavù Vecchiato

Work in progress

La storia

Hinc felix illa Campania est

La vicinanza con l’arteria che collega Roma a Napoli invita a raccontare l’antico legame che salda questi due territori. Ciò che per i romani era la Campania Felix, secondo la definizione di Plinio il Vecchio, è il tema storico d’ispirazione per narrare un legame emotivo, oltre che territoriale, fra una fetta di territorio campano e l’Urbe, che fu spezzato drammaticamente nel 79 d. C. con l’eruzione del Vesuvio e la distruzione di Pompei, Ercolano e altre località della zona.

Lo stesso Plinio troverà la morte quel giorno. Lo sappiamo grazie a suo nipote, Plinio Il Giovane, che in un carteggio con lo storico Tacito racconta le tragiche circostanze della scomparsa di suo zio e nello stesso tempo si trasforma in cronista del cataclisma che ha spazzato via una costola fondamentale di Roma, anche se lontana dal territorio capitolino.

La ricerca di questo rapporto fra l’Urbe e la “sua” Campania Felix ci conduce, necessariamente anche all’interno delle corti imperiali. E nella fattispecie in una vicenda che ebbe il suo epilogo nel I secolo, in una villa patrizia di Baia (in Campania): l’omicidio di Agrippina Minore da parte di suo figlio Nerone.

La vita dell’ultimo imperatore della dinastia Giulio-Claudia e dei suoi sodali è lo spunto per raccontare un intero sistema di valori, i suoi pregi e i suoi vizi, ma pure la grande cultura che pervadeva questi ambienti e le sue geografie che, almeno nel I secolo, prediligevano appunto i paesaggi rilassanti della Campania. Il viaggio, quindi, riporta naturalmente a Roma, al cospetto di ciò che rimane della Domus Aurea. E, di conseguenza, anche davanti all’Anfiteatro dei Flavi (il Colosseo), costruito per cancellare la memoria di Nerone.

Ma la narrazione delle molte ombre e delle moltissime luci della vita di corte non può non trattare un argomento cruciale per risolvere molti dibattiti politici della Città Eterna: il veleno. Onnipresente compagno dei nobili di questi tempi, fu fedele alleato tanto dell’Augusta Agrippina che di suo figlio Nerone. Entrambi infatti si avvalsero dei servigi di Locusta dei Galli, sicario ufficiale della corte imperiale, che ebbe la sua bottega sul Palatino fino a che il potere non passò nelle mani dell’imperatore Galba, il quale la condannò a morte in un evento pubblico sanguinosissimo, la cui crudezza è passata alla storia.

ICONE

Chekos

Nato nel 1977 a Lecce all’ eta di 13 anni si trasferisce a Milano ed inizia il suo percorso artistico debuttando nel 1995 come writer.
Autodidatta, dopo anni di sperimentazione nel graffitismo, tra la fine degli anni 90 ed i primi del 2000, inizia a fare Street Art con stencil e collage. Ha partecipato a numerose mostre, si occupa anche di grafica, fotografia, editoria e organizzazione di eventi, e ha realizzato illustrazioni e copertine per libri.