Enea, Anchise, e...

Dal mare, una lancia dritta, portatrice di novità sorvola l’Agro e punta verso Roma, per conficcarsi sui colli fatali. Accadde nel passato remoto e accade anche oggi sul muro fra via Pontina e via Cristoforo Colombo che Diavù ha dipinto per GRAArt.

Tre figure si stagliano su uno sfondo rosso sangue: due uomini e una ragazzina. È un trio che appartiene al mito più prezioso della città, rappresentato innumerevoli volte dagli artisti di tutte le epoche (Raffaello e Bernini fra tutti). In questo caso però, la fuga di Enea da Troia in fiamme “avviene” sulla spiaggia dell’antica Lavinium, all’approdo, come in un’istantanea capace di contenere l’idea di passato, presente e futuro in un’unica immagine simbolica.

E infatti, non per nulla, quest’opera cita anche un altro stilema, quello delle rappresentazioni delle tre età dell’uomo. Anchise, l’uomo anziano sulla destra, il passato, benedicente anche se tragico; Enea, profugo arcaico e fondatore, il presente, al centro; e a sinistra, Ascanio Iulo, padre della dinastia che condusse Romolo e Remo sulle sponde del Tevere, il futuro. Ma qui il futuro è inteso di una diversa qualità. Una qualità femminile, che forse rimanda a Lavinia, la principessa latina che fu, di fatto, la ragione per cui Enea si fermò sulle coste del Tirreno. L’amore che diede vita al sangue di Roma. Ed è l’amore, qui, a tenere in mano la lancia dell’eroe, il simbolo della conquista, nonché l’elemento che dinamicamente ci suggerisce i termini di lettura di quest’opera in cui tutto si svolge su una linea retta, spazio e tempo sono la stessa cosa.

Infine, a sinistra e a destra della composizione, due tsunami sono sul punto di travolgere il trio e contemporaneamente lo proiettano in una dimensione fortemente emotiva. Sono confini temporali oltre che fisici anche stavolta: un’onda li ha partoriti e un’altra onda li accoglierà. Per restituire questa sensazione, Diavù ha scelto di evocare la Grande onda di Konigawa, xilografia del maestro giapponese Hokusai che nell’Ottocento si “abbatté” sull’Europa impressionista suggerendole altri punti di vista e altre culture lontane ormai non più inavvicinabili.

Sulla linea retta tracciata dalla lancia di un re sconfitto accade una vicenda che fonde il mito con la storia e il tempo con lo spazio, dando vita a un luogo in cui le radici arcaiche del sogno di Roma possono finalmente trasformarsi in archetipi, per tornare a parlarci di speranza e di eternità.

Ilaria Beltramme

Work in progress

La storia

“Questo insensato desiderio di luce”

Sulla direttrice che, idealmente, da Roma porta al mare c’è un filo immaginario che unisce le coste del Tirreno ai colli della Città Eterna. La storia è quella della nascita stessa dell’Urbe, che qui diventa ancora più antica della leggenda di Romolo e Remo e attinge direttamente alla tradizione letteraria più alta, fra la fine dell’Iliade di Omero e l’Eneide di Virgilio.

Lo sbarco di Enea sulle coste laziali e la fondazione di Lavinium (oggi Pratica di Mare) sono uno splendido corto-circuito fra storia, poesia, leggenda e realtà, che si può “vedere” ancora oggi soprattutto grazie al grande patrimonio del Museo archeologico di Lavinium. Qui infatti si conservano gli inizi troiani di Roma in una collezione collegata a un sito archeologico importantissimo in cui spicca un Heroon del VII secolo a. C. che fu riconosciuto, onorato e custodito dai romani fin dal V secolo a. C. come monumento funerario (e prova “reale”) del legame indissolubile fra Roma e le gesta dell’eroe letterario Enea.

Secondo la tradizione, infatti, fu il figlio di Enea Ascanio, poi conosciuto con il nome latino Iulo, il fondatore di Alba Longa, la città da cui provennero Romolo e Remo e dove erano ben piantate le radici della dinastia Iulia (si noti l’assonanza), cioè la gens di Cesare e Ottaviano Augusto (fra tutti) le cui origini leggendarie furono sempre ben rivendicate e splendidamente celebrate.

Dritta come la freccia dell’eroe scampato all’incendio di Troia, la traiettoria emotiva, letteraria e storica a cui il muro è dedicato ci conduce quindi fin sul Palatino, lì dove invece Romolo e Remo consumarono il famoso rito fondativo che permise all’Urbe di nascere. Un rito che grazie alla ventennale indagine archeologica dello studioso Andrea Carandini sul colle potrebbe avere basi storiche ben tangibili, provate dai documenti oltre che da infinite fonti letterarie.

Un “insensato desiderio di luce” (ce lo ricorda l’allestimento multimediale del museo) fece sopravvivere Enea a dispetto di ogni difficoltà, dandogli il coraggio di fuggire da una Troia ormai completamente in fiamme. Salvando se stesso e i suoi, l’eroe diede il via a una spirale di altri eventi – altre crisi e altri successi – che alla fine produssero la Roma dei colli fatali, del suo destino magnifico. Una città che più di ogni altro luogo convive con i concetti di gloria e declino. E, anzi, a essi ha affidato la sua eternità.

ICONE

David Diavù Vecchiato

I primi interventi urbani di Poster Art di Diavù risalgono al 1992 e dello stesso anno sono le prime pubblicazioni di suoi fumetti ed illustrazioni. Prima che nelle gallerie ha dunque mostrato la sua arte in strada e su carta stampata. La sua prima mostra è nel 1996, all’”Happening Internazionale Underground” nei centri sociali di Roma e Milano, ha esposto poi in Europa, Asia e USA e, dal 2007 ha curato la direzione artistica della galleria d’arte e art shop “MondoPOP” di Roma. Tra i primi curatori in Italia a portare Urban Art nei musei e i musei in strada, ha curato il festival “Urban Superstar Show” (dal 2009 al MADRE di Napoli e alla Galleria Provinciale di Cosenza) e nel 2010 ha dato vita al progetto “MURo (Museo di Urban Art di Roma)”. Dal 2013 cura su Sky ARTE HD la serie di documentari “MURO”. E’ direttore artistico di “GRAArt”, da lui ideato e diretto per ANAS.