Il Martirio di Rufina e Seconda

Le immagini di Lucamaleonte sono come filtrate da una lente d’ingrandimento che di un insieme porta in luce i dettagli che lui ritiene più importanti.

E così è anche in questo murale.

La sua propensione a utilizzare un segno grafico in bianco e nero da incisore d’altri tempi, ingrandendo questo tipico tratto da antica tecnica calcografica – solitamente sottile perché destinato ai formati di stampa adatti al torchio – fino a renderlo da minuto ad enorme quanto le pareti urbane, in quest’opera la si nota anche nella scelta di isolare ed ingigantire il piccolo dettaglio del dipinto di epoca barocca che ha usato come ispirazione.

Quelle mani legate sono infatti un particolare dell’opera del 1625 “Martirio delle sante Rufina e Seconda”, tavola ad olio nota anche come il “Quadro delle tre mani” perché dipinta da tre diversi artisti: Giovanni Battista Crespi (il Cerano), Francesco Mazzucchelli (il Morazzone) e Giulio Cesare Procaccini.

Un dettaglio che da solo racconta l’aneddoto del martirio delle due sorelle cristiane, avvenuto secondo la tradizione agiografica in questa zona di Roma nel 257 d.C.

Su condanna a morte emessa dal prefetto Giunio Donato per conto dell’imperatore Publio Licinio Valeriano – il quale riprese sotto il suo regno la persecuzioni anticristiane indebolite negli anni precedenti da emergenze come l’anarchia militare, le invasioni barbariche e la peste – le due sorelle furono dapprima torturate per costringerle ad abiurare la loro fede, poi uccise.

Seconda fu decapitata, Rufina picchiata a morte.

Leggenda racconta che la matrona romana Plautilla sognò il luogo ove erano sepolte, trovò i corpi e là fu dedicata loro una Basilica, che fu poi distrutta nel Medioevo, e i corpi dunque trasferiti a San Giovanni, nel Battistero lateranense.

L’operazione di estrema sintesi che ha realizzato Lucamaleonte nel soggetto principale la vediamo riproposta, ancora più estrema, anche nel fondo dell’opera: le foglie di bosso diventano totalmente grafiche, come metaforici raggi emanati dalle due mani di Rufina legate al centro del murale, raggi che – come una corona di spine espansa – vanno ad invadere tutto il muro.

Il bosso è la pianta che da’ il nome a quest’area di Roma, Boccea.

Dipingendolo come unico sfondo l’artista ha sottolineato che quel martirio, quell’efferato crimine, è avvenuto proprio qui, dove ci troviamo noi passivi osservatori adesso.

Luca pare sussurrarci la nota frase di De Andrè: «anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti» mentre riporta alla luce, tramite quest’immagine-icona, un avvenimento della Cristianità – storico o leggendario che sia – che ha determinato addirittura la scelta di rinominare “Selva Candida” questa che era un tempo fu la “Silva Nigra”.

David Diavù Vecchiato

Work in progress

La storia

“Il bosco del bianco e del nero”

Partiamo dal toponimo: Boccea deriva dalla parola “bosso”, cioè dalle piante arbustive che da sempre compongono le nostre siepi. Il profumo del bosso ci sospinge quindi verso l’anima silvana nascosta nel profondo di questa periferia, fino alla zona di Selva Candida, dove un tempo, nel bosco fittissimo che allora si chiamava ancora Selva Nera, furono martirizzate le sorelle Rufina e Seconda (257 d.C.) e, mezzo secolo più tardi, i santi Marcellino e Pietro (304 d.C.).

La morte di questo gruppetto di cristiani dei primi secoli produsse un cambiamento radicale tanto del toponimo quanto del “senso” profondo del territorio, che fu quindi, per ordine di papa Giulio I (papa dal 337 d. C.), consacrato alla luce. Una luce ovviamente religiosa, che però ci consente di raccontare anche le luci e le ombre del delicatissimo passaggio dal Paganesimo al Cristianesimo nella Città Eterna.

Come in un Tao de noantri, il bianco e il nero raccontano la storia della trasformazione di Selva Nera in Selva Candida e saranno il simbolo di un’evoluzione cruciale della civiltà romana, la scintilla che trasformerà la Roma dei Cesari nella “Città di Dio”, ovvero la capitale della Cristianità.

Infine, è interessante sapere che nel sobborgo di Selva Candida sono state intitolate 15 strade ad altrettante martiri della Resistenza antifascista, affinché non si perda la memoria delle molte combattenti donne, morte per la libertà.

ICONE

Lucamaleonte

Lucamaleonte è nato a Roma nel 1983, dove vive a lavora. Laureato all’Istituto Centrale per il Restauro, è attivo nel campo della StencilArt dal 2001, quando iniziano a comparire i suoi primi stencil in giro per Roma, esperimenti che gli permettono nel giro di pochi anni di sviluppare uno stile molto personale, ottenendo mascherature elaborate a più livelli e realizzando immagini con una resa fotorealistica. Negli ultimi anni il disegno a mano libera lo ha rapito e difficilmente lo restituirà alla tecnica del taglio e delle maschere.

Lo sguardo all’indietro ha permesso all’artista romano di sviluppare un linguaggio contemporaneo senza tralasciare il “peso della Storia dell’Arte”. Un percorso inusuale che spiega il nome che ha scelto: come il camaleonte ha la capacità di adattarsi all’ambiente in cui lavora e nello stesso tempo di sparire dietro di esso, senza essere invasivo. Il simbolo che usa per siglare i suoi disegni è un icosaedro. Regolare, ma dalle molteplici sfaccettature.

Ha esposto in Italia e all’estero, è stato uno dei tre artisti italiani invitati ad esporre al Cans festival di Londra, evento organizzato da Banksy, il più celebre degli street artist nel mondo.