Obelisco Nasone

Mauro Pallotta con questo suo obelisco-nasone ha preso in prestito due importanti elementi, uno della Roma rinascimentale e barocca, l’altro di quella ottocentesca, e li ha mescolati tra loro con l’ironia tipica del suo fare arte.

Il senso concettuale del lavoro di Pallotta si colloca sempre nell’alternanza fra alto e basso, fra storia ufficiale e commento popolare.

Stavolta però l’artista di Borgo non ha trasformato un papa in supereroe o una regina in yogi ma – usando ugualmente simboli di immediata comprensione – ha innalzato la tipica fontanella pubblica romana (quella detta ‘nasone’) al ruolo di imponente obelisco egizio.

Eppure anche in questo dipinto un papa c’è, o almeno io lo vedo.

Eccolo là, al centro esatto dell’opera: è Papa Sisto V, pontefice del Rinascimento, qui evocato e concettualmente ritratto.

Sisto V fu il papa che completò i lavori dell’Acquedotto Felice (a cui diede il suo nome di battesimo) e – oltre alle tante fontane che costruì in centro città – donò anche la fontana di Porta Furba a questa zona periferica di acquedotti romani. Sisto V fu il papa che tracciò le strade principali della città di Roma per collegare con dei rettilinei le principali basiliche della città, e che fece alzare i quattro obelischi di piazza San Pietro, piazza del Popolo, piazza dell’Esquilino e piazza San Giovanni in Laterano, per offrire ai pellegrini dei monumentali punti di orientamento tra queste basiliche.

Il papa insomma che istituì quel famoso “giro delle Sette Chiese”, divenuto motto per definire il girovagare per lungo tempo.

A guardare questo nasone di MauPal sembra di pizzicare la fontanella di Piazza Pantheon in gita fuori porta, anzi fuori dal GRA.

In quella piazza gremita di turisti c’è la fontana di Giacomo della Porta, che sta alla maestosità degli acquedotti che corrono qui sulla Tuscolana proprio come l’ottocentesco nasone a tre cannelle – che resiste subito dietro la fonte cinquecentesca là al Pantheon – sta alla fontana di Porta Furba.

Il nasone rappresenta in questo dipinto l’ultima tappa di quell’acqua che arrivava a Roma dagli acquedotti, è il simbolo della distribuzione gratuita dell’acqua ai romani ed è il monumento ‘democratico’ per eccellenza, uno delle pochi elementi di arredo urbano uguali in centro come nelle periferie.

E quel gioco delle due cannelle che mandano più acqua da una parte e meno dall’altra dà all’opera il registro ironico-grottesco tipico dell’ironia romana, sardonica e cinica.

Fa venire in mente quella revisione del sistema fiscale di Sisto V che fece entrare nelle casse pontificie quantità di soldi mai visti prima in Vaticano, e rimanda al tono poetico che era proprio dei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli, in cui papi e nobili da una parte, disprezzavano e maltrattavano il popolino romano, che imprecava dall’altra.

È il noto “«io so’ io e voi nun zete un cazzo!», che si riflette in chiave contemporanea nella guerra dell’acqua e – più in generale – nel 99% della ricchezza concentrata nelle mani dell’1% della popolazione mondiale.

David Diavù Vecchiato

Work in progress

La storia

Furba e Felice

La consolare Tuscolana ci conduce all’Acquedotto Felice che fu restaurato e ricollegato all’Urbe alla fine del Cinquecento da papa Sisto V (e da cui prende il nome, al secolo Felice Peretti), uno dei pontefici passati alla storia come “papa costruttore”. Ma alla nobiltà delle mutazioni rinascimentali di papa Sisto, la Tuscolana oppone sempre anche una sfumatura più popolana, che incontriamo – ancora prima delle storie assai più recenti del Quadraro e di Cinecittà – a Porta Furba, così chiamata dal termine latino forma, con cui, soprattutto nel Medioevo, si intendevano gli acquedotti (il che specifica il suo essere un arco dell’acquedotto successivamente adattato a “porta”) e perché rifugio di ladri (fur in latino, da cui, appunto, la parola “furbo”) che evidentemente affollavano le osterie della zona.

Tanto per rimanere in tema e ancorati al genius loci, inoltre, va detto pure che il vino e le tipiche misure romane (fojetta, quartino, tubbo, barzilaio ecc.), vennero introdotte proprio da Sisto V come manovra fiscale per ottenere i fondi necessari alle sue gigantesche manovre urbanistiche che hanno prodotto, tanto per citare, palazzo del Quirinale, via Sistina e lo spostamento di alcuni fra i più importanti obelischi di Roma, non ultimo quello, celeberrimo, di piazza San Pietro.

Sisto V è uno dei pontefici tradizionalmente più cari al popolo romano – anche grazie al sonetto di Gioachino Belli che nell’Ottocento lo battezzò come Sisto, er papa che nun la perdonò nemmeno a Cristo – nonché fu tra i primi papi dell’epoca moderna che riparò al taglio degli acquedotti subito da Roma alla fine dell’epoca tardo-antica. La responsabilità di questo gesto è di solito attribuita ai barbari di Vitige, i quali, per altro, nel VI secolo si accamparono proprio nei pressi dell’acquedotto in questione, sull’odierna via dell’Acquedotto Felice.

Sotto le insegne di Sisto V, dunque, Roma affrontò un altro cambiamento radicale, avvicinandola sempre di più all’aspetto che infine è giunto fino a noi. Ed è una storia, questa, che la Tuscolana racconta sul confine fra l’alto e il basso, in un’alternanza che è tipicamente capitolina e che restituisce lo spessore e la complessità dell’anima di Roma, oltre che la ricchezza del suo passato.

ICONE

MAUPAL

Mauro Pallotta è nato a Roma nel 1972, dove ha frequentato il Liceo Artistico A. Caravillani e l’Accademia delle Belle Arti. Attratto dalla sperimentazione ha incluso nel processo creativo già delle sue prime opere diversi materiali. Carte da gioco, legno, tappi di sughero, vetro e plastica, oggetti estrapolati dal vissuto quotidiano e poi assunti in un progetto depositario di significati diversi. In seguito ha mostrato interesse per le potenzialità scultoree insite nella lana d’acciaio e l’ha usata come supporto per figurazioni in cui immagini a prima vista abbozzate si ricompongono in maniera realistica nella retina dell’osservatore. Con lo pseudonimo di Maupal realizza opere di Street Art, tra cui il celeberrimo “SuperPope”, apparso nel gennaio 2014 sulla facciata di un palazzo in una via laterale vicino a Piazza San Pietro a Roma. Ha regalato una piccola riproduzione dell’opera allo stesso Papa Francesco che l’ha ricevuto in Vaticano.