THE MUMMY OF THE RED CAVE

Work in progress

La storia

La bambina di Grottarossa

Una bambina di circa otto anni, forse meno. E la sua storia.

A Grottarossa, a nord di Roma, in un febbraio della metà degli anni Sessanta, le ruspe impiegate nella costruzione di una palazzina incrociavano questa storia minima e, almeno all’inizio, non ne comprendevano il valore. Il sarcofago di marmo di Carrara e il corpo che conteneva, infatti, fu prima estratto dalla terra e poi scagliato poco più in là nella zona del cantiere dedicata ai rifiuti. Solo qualche giorno più tardi, la vista del corpicino che il sarcofago ospitava, e che era miracolosamente intatto, fece credere a qualche operaio di trovarsi davanti a un omicidio commesso sul luogo e rimasto ancora irrisolto.

Furono chiamati i carabinieri. E dopo di loro arrivarono gli anatomopatologi. E dopo ancora gli archeologi, visto che quel corpicino non apparteneva a nessuna povera vittima contemporanea, ma a una sfortunata bambina vissuta a Roma nel II secolo dopo Cristo. Il corpo era mummificato, e già questo dettaglio fece emozionare gli studiosi, dal momento che a Roma la mummificazione era un fenomeno sì presente, ma molto meno che nella cultura egizia. Inoltre fin dalle primissime indagini sul corredo e sul sarcofago che completavano il ritrovamento fu immediatamente chiaro che si trattava di una bimba proveniente da una classe agiata; figlia di qualcuno che poteva permettersi di adornare il cadavere della defunta con zaffiri dello Sri Lanka, sete cinesi, ambra proveniente dal Mar Baltico e bende di lino pregiatissimo.

Da allora la mummia è stata studiata e ispezionata con attenzione: sono tantissimi i dettagli di cui si è venuti a conoscenza. E non c’è soltanto il dato del sua collocazione sociale, o della sua insolita sepoltura (non colpisce tanto la mummificazione che mescola elementi egizi a usi indigeni, quanto la profondità – oltre cinque metri – a cui è stato sprofondato il sarcofago), ma quasi tutta la sua breve vita è emersa lentamente sotto gli strumenti degli scienziati.

Otto anni sono pochi. Gli otto anni di questa mummia sono trascorsi sotto il segno di varie malattie, ultima fra tutte la pleurite che dovrebbe aver causato il decesso dopo una vita passata probabilmente in uno stato di perenne infermità contro cui i suoi ricchi genitori hanno lottato come leoni. Furono comunque sconfitti.

Oggi, la storia, la vita, la morte e il dolore di chi è rimasto di questa famiglia romana sono visibili all’interno della splendida collezione archeologica della sezione del Museo Nazionale Romano ospitata nelle sale di Palazzo Massimo alle Terme. Colpisce il corpo della piccola, le sue misure minuscole, la sua pelle scurita dalle resine impiegate per la mummificazione. Ed emoziona quel corredo strabiliante e prezioso, fra cui spicca anche una bambolina snodabile in avorio. Una vera e propria Barbie del II secolo, un giocattolo-gioiello che sfoggia i simboli lunari di una cultura lontana, che a Roma, nel momento di massima espansione dell’impero, aveva trovato terreno fertile: il culto di Iside.

Così come a farci da guida in questo viaggio sofferente nella quotidianità dell’epoca imperiale, c’è anche il famoso sarcofago di marmo di Carrara. Un pezzo pregiatissimo, riccamente scolpito, su cui scorrono le immagini di una caccia mitologica ripresa dall’Eneide, che racconta le vicende di Enea e Didone e le macchinazioni degli dei per farli innamorare bloccando l’eroe a Cartagine per sempre. Ma è sul coperchio che sono rimaste impigliate le tracce più emozionanti della storia di Grottarossa.

Lì è stata scolpita un’altra scena venatoria. Non ha riferimenti con la mitologia né con l’epica. È una semplice scena di caccia al leone in cui degli uomini rapiscono un cucciolo a una leonessa. Nella vendetta della leonessa, che attacca il cacciatore e lo uccide, è racchiuso tutto il dolore, lo sconforto e la rabbia di due genitori che si vedono strappare una figlia dalla malattia e poi dalla morte. È ancora lì, incastrato nel marmo, seppellito sotto tonnellate di terra a oltre cinque metri di profondità. Quel corpo, quasi intatto grazie alle bende, alle resine e alle cure prestate fino all’ultimo istante di vita e anche dopo, sta lì a raccontarcelo, restituendoci una goccia di tenerezza che ha saputo sfidare il tempo.

ICONE

SOLO

Solo nasce a Roma, dove vive e lavora, nel 1982. L’inizio della sua produzione artistica coincide con il boom della graffiti art in Italia, nella seconda metà degli anni ’90, ed è in quel periodo che rimane affascinato dal mondo del writing. Sui muri della città viaggiano i protagonisti delle sue tele, ispirati all’immaginario dei fumetti e calati in situazioni ordinarie, non sempre vincenti. Super eroi che resistono alle avversità della vita e, nella difficoltà, diventano esempio positivo per la collettività. Alle opere su tela, che vengono esposte in varie gallerie del mondo, affianca la sua produzione sui muri, realizzati nei quartieri di periferia. E così, dalla mostra al Macro di Roma curata da Achille Bonito Oliva dal titolo “Tracks”, alle gallerie di Parigi, Praga, Berlino, Miami e Londra, dai muri di Prima Valle a Roma, ai poster nelle zone disagiate di Rio de Janeiro e Los Angeles, ha collaborato con realtà pubbliche e private e con numerosi brand internazionali, e lavora anche come scenografo per il cinema. L’essere stato invitato di recente a partecipare alla collettivaBatman Oscurità e Luce, curata da Vincenzo Mollica e Riccardo Corbò nella splendida cornice di Citta’ di Castello, sul Cavaliere Oscuro che vede esposte le opere di tutti i più grandi disegnatori di ieri e di oggi che si sono confrontati col personaggio di Bob Kane (da Manara a Pratt, Zerocalcare, David Messina, Ceccotti fra gli altri ) lo consacra come parte del magico mondo dei fumetti che ha sempre amato.