Shewolf Queen

Un verde scuro reso ancor più lugubre dallo strato di fuliggine e smog e ricoperto di manifesti abusivi stratificati è ciò che viene alla memoria quando si pensa a questi due grandi muri di via di Boccea, sotto al GRA. Ma oggi non è più così.

Le tigri di carta stracciata dei circhi sono stati sostituiti da due enormi animali fluttuanti: una lupa e un coniglio.

Queste creature dipinte per GRAArt dall’artista francese Veks Van Hillik nuotano nello spazio e offrono allo sguardo un’esperienza quasi mistica: sembra di assistere allo spettacolo di due costellazioni che tornano ad essere le creature di pelo, carne e ossa che rappresentano e, mentre noi osservandoli assistiamo all’istante in cui avviene questa trasformazione, la luce caravaggesca li colpisce incidente dal basso, come fosse proiettata da un’atmosfera terrestre, ormai lontana.

Quella lupa dagli occhi rossi, più feroce che materna, è una creatura albina.

È lei dunque l’anomalia.

Lei, che è simbolo della Città Eterna, in questo grande murale si trasforma nell’aliena, nella diversa, nella discriminata. E come lei diviene dunque tale anche la Natura che rappresenta.

Quella Madre Natura in quest’area è l’Agro Romano, il monumento naturale ferito da costruzioni esteticamente disturbanti che in passato ne hanno sfigurato parte del paesaggio.

Questa imponente lupa albina è la regina di quella Natura che – proprio come lei – accetta di allevare noi umani che, come figli ingrati, continuiamo a ferirla e a deturparla quotidianamente.

Ci nutre (e la lupa di Veks lo fa emettendo dalla bocca spighe di grano) e ci punisce (le spighe di grano si infilano nel corpo del coniglio).

Veks Van Hillik deve probabilmente aver ritrovato nei meandri della propria memoria questa sua lupa tesa e dolorante, ai limiti dell’espressionismo – ben distante stilisticamente dalla scultura-icona conservata nei Musei Capitolini. Forse in qualche sua visita al Louvredeve essersi imbattuto nella scultura della lupa di marmo rosso proveniente dalla Collezione Borghese che allatta Romolo e Remo inarcando la schiena dal dolore.

Un’opera che da Parigi sembra tornata idealmente a Roma, su questo muro del Grande Raccordo Anulare.

Work in progress

La storia

“Di uomini e lupi”

La zona si sviluppa a partire dalla via Cornelia, le cui origini sono però ancora molto incerte. Una delle ipotesi è che sia stata voluta da Caligola per raggiungere più comodamente i giardini imperiali, gli Horti Agrippinae. Se così fosse, tutto qui parlerebbe del dialogo fra città e la Natura e ci collegherebbe direttamente alla presenza dell’Agro sul territorio romano, una presenza che in tutta l’area ancora si fa sentire.

Si può definire Agro romano soltanto quella porzione rurale che si sviluppa intorno alle mura della città ed è compresa nel suo territorio municipale. A oggi ne sono sopravvissuti poco più di 60mila ettari, sufficienti però per rendere Roma il primo comune agricolo d’Europa.

Con questa storia, quindi, racconteremo il rapporto fra l’Urbe e la sua campagna, dall’Agro alle mandrie che nell’Ottocento affollavano il Foro, evidenziando l’importanza che queste vaste aree produttive hanno avuto per la città, soprattutto nei momenti più critici del suo passato.

Oggi, però, questo territorio è stato in parte distrutto e in parte dimenticato, inglobato in periferie desolate e difeso, per il poco che ne resta, da residenti spesso inascoltati. Eppure l’anima “selvaggia” di Roma sembra ormai risiedere soltanto qui. In parchi come quello della Cellulosa a Casalotti. O al Pineto, non lontano dal nostro muro.

In questi luoghi, fra l’altro, stanno ricominciando ad affacciarsi alcune specie selvatiche che l’espansione della città sembrava avesse definitivamente allontanato. Volpi, civette e in alcuni casi lupi, sono solo alcuni degli animali finora avvistati. La presenza naturale nella Città Eterna è una storia a sé e merita un racconto approfondito in cui ricercare le radici più arcaiche di Roma. A partire proprio dalla Lupa madre dell’Urbe, simbolo per eccellenza e segno di un’anima bellicosa che sa essere feroce e materna allo stesso tempo.

ICONE

Veks Van Hillik

Veks Van Hillik nasce nel 1988, in un piccolo villaggio nel sud-ovest della Francia. Il disegno lo ha sempre appassionato, influenzato dai fratelli maggiori. Inizia come autodidatta ispirandosi alle forme del mondo animale e vegetale, che saranno poi le fonti privilegiate delle sue opere più mature. Sensibile all’underground e agli universi popolari come il manga, i disegni animati, il cinema, i videogiochi, la fantascienza e il fantasy, passa con disinvoltura dalle tele minuziose ai tattoo, fino ai murales. Quando dipinge negli spazi urbani vuole portare soggetti improbabili in ambienti tangibili e reali. Pesci che galleggiano su parete, rane volanti fanno la loro comparsa come in un sogno lucido e ironico, creature surreali e misteriose e chimere anatomicamente rigorose che dalle leggende del passato approdano sui muri delle città contemporanee.

Veks